
Accettare costruttivamente ciò che ci accade
19 Aprile 2024Questo bellissimo libro di Yasushi Inoue, caro agli amanti del Tè, lo consiglio a tutti perché non solo racconta gli ultimi attimi della vita terrena del grande maestro, ma va in profondità verso l’accettazione della morte come presupposto per sentirsi veramente liberi. Un concetto che nella cultura nipponica ha radici profonde, come ci insegna anche il grande Myiamoto Musashi, il Samurai colto, nel suo “Libro dei 5 anelli” quando ci racconta che la qualità suprema che rende un Samurai degno di essere tale è l’accettazione della morte, il non averne paura.
Sen no Rikyū è stato il più grande Chajin – maestro di Tè- di tutti i tempi, colui che ha posto le basi del Cha No Yu, la cerimonia giapponese del Tè, che, data la loro magnificenza, si sono preservate fino ad arrivare a noi pressoché inalterate.
E’ vissuto nel 1500, più precisamente dal 1522 al 1591, e ha seguito la via del Tè per tutta la sua vita, facendone non un semplice lavoro, ma il fulcro della sua stessa esistenza. Per il Maestro il Tè era la ricerca della bellezza, era arte, era libertà. Il Tè era uno strumento che gli permetteva di far maturare ed esprimere la sua vera natura, di raggiungere profondità inaudite e di entrare in contatto con la bellezza pura, che non è solo estetica nell’accezione più popolare del termine, ma un concetto che va oltre la superficie per raggiungere la quintessenza, ciò che solo gli animi nobili riescono a percepire. E’ fare della bellezza uno stile di vita, ricercarla e goderne sempre, col rigore che essa merita.
Nel Giappone del 1500 i grandi Maestri del Tè, in virtù della loro saggezza ed elevata cultura, erano i diretti consiglieri degli Shogun, i capi supremi dell’esercito nominati direttamente dall’Imperatore, che governavano un Giappone non ancora unificato e che verrà unificato sotto la giuda del Taikō Hideyoshi che conosceremo a breve.
Il Maestro Rikyū inizia a praticare la Via del Tè col Daimyō Oda Nobunaga, lo Shogun di fatto del clan Oda, che riportò il potere della casa imperiale agli antichi fasti e iniziò il processo di unificazione del Giappone rifiutandosi però di accettare il titolo di Shogun.
Alla morte di Oda Nobunaga Sen no Rikyū diventa il maestro cerimoniere del suo successore, proprio il Taikō Toyotomi Hideyoshi, lavorando incessantemente per lui fino alla sua morte. Anche Hideyoshi non potrà utilizzare il titolo di Shogun per via delle sue umili origini, ma il suo potere nel Giappone del 1500 sarà enorme. E’ un Samurai a tutti gli effetti, con mire espansionistiche enormi, il cui desiderio di conquista varcherà i confini del Giappone estendendosi anche alla Corea. Il suo carattere forte e deciso, imprevedibile quanto cruento, che ben si addice ad un tiranno quale Hideyoshi era, sarà purtroppo all’origine della morte di Sen no Rikyū al quale in un impeto d’ira ordinò il Seppuku, il suicidio tramite “taglio del ventre” (termine più conosciuto in occidente come Harakiri che tuttavia in Giappone designa una morte meno nobile).
Ma perchè Hideyoshi decise di mandare a morte il suo più grande Maestro e consigliere fidato?
Le cause sono vaghe, e numerose voci si susseguirono tra i suoi amici fidati. Alcuni dissero che lo fece perché il Maestro aveva iniziato a vendere gli strumenti per il Tè facendone un business, cosa abbastanza disdicevole per il Maestro dello Shogun, che godeva di privilegi inimmaginabili, altri perché si stava avvicinando al clan dei Tokugawa che stava prendendo il sopravvento (con Tokugawa Ieyasu che di fatto subentrò al taikō Hideyoshi), altri ancora perché ostacolava l’unione del taikō che si era invaghito della sua figlia minore… insomma, tantissime voci, ma l’unica certezza è che Hideyoshi ad un certo punto ordina il seppuku del suo consigliere e supremo maestro. Ordine di cui si pentì una volta sbollita la rabbia, ma che non poté mutare l’aura tragica che aveva generato.
Hideyoshi sfodera la spada del potere, dell’arroganza tipica del potere fine a sé stesso, che legittima il diritto di sentirsi padroni delle vite degli altri.
Il Maestro Rikyū sfodera la katana di quell’Estetica cui si era dedicato per tutta la vita e nell’estremo atto, con l’accettazione della morte, rivendica il suo ruolo di uomo libero al di sopra di Hideyoshi e di ogni volgarità.
Honkakubō, allievo del Maestro Rikyū e voce narrante del libro, racconta che in una seduta cui parteciparono i 3 più grandi maestri del Tè di tutti i tempi: Sen no Rikyū, Yamanoue Sōji e Furuta Oribe, dalle retrovie in cui stava sentì pronunciare una frase che fu quasi un precetto: “il nulla non annienta nulla, la morte cancella tutto” . Una frase che per l’umile allievo era troppo profonda da capire fino in fondo e che probabilmente significava che la morte era superiore alla mediocrità di una vita che non fosse veramente libera di poter permettere l’espressione del proprio Io, ma fatto sta che quella frase suggellò un patto di morte tra i 3 che da quel momento in poi è come se la avessero inseguita, cercata, conoscendola alla fine tutti e tre per Seppuku.
All’inizio ci si rattrista un pò leggendo questo libro, non si riesce a rassegnarsi al fatto che il Maestro non abbia accettato le scuse del taikō, che resosi conto della gravità del suo ordine, alla fine ritratta: “ Adesso basta, smettetela, vi prego. Continuate a lavorare al mio servizio in qualità di supremo maestro del Té”, sono le sue parole nella rivelazione di Honkakubō; ma poi se si riesce ad andare oltre e capire la forza di questa accettazione del Maestro, ci si sente dalla sua parte, indubbiamente più leggeri. La sua non è una ricerca della morte, è un’accettazione della morte come parte della vita, della quale non avere paura perché non la possiamo evitare e se viviamo la nostra vita con la paura della morte è come se morissimo molto prima..
“Il nulla non annienta nulla, la morte cancella tutto”
Sen no Rikyū fu irremovibile.
Il Seppuku arrivò puntuale il 21 Aprile del 1591 portando via un corpo, ma il suo spirito, il suo insegnamento, è andato oltre la morte arrivando fino a noi e arricchendo di bellezza la vita di numerosissime generazioni a seguire, per secoli.
Arigatō gozaimashita Chajin, grazie di cuore Maestro, continueremo a perseguire la via del Wabicha in Suo onore, sicuramente indegni, ma sempre infinitamente grati!
“Questa è la mia via, la via del Chajin che risponde al nome di Sōeki e di Rikyū. Esiste una via diversa per ogni singolo Chajin, non lo sai ancora?“
Sen no Rikyū, Sōeki